Poesie matrimonio, “Il primo amore” di Giacomo Leopardi

da , il

    primo amore matrimonio

    Oggi ho scelto per voi una poesia d’amore molto particolare. Per una volta non si tratta della classica poesia per il matrimonio. Ho pensato che “Il primo amore” di Leopardo sia davvero un testo importante, da dedicare alla persona che avete deciso di sposare. Non importa se non è la prima ragazza/ragazzo, ma è sicuramente l’unica che vi ha fatto tanto battere il cuore da decidere di sposarvi. Questo testo è scritto da Leopardi all’età di 20 anni. La donna amata è morta, ma il poeta si rivolge a lei, dialogando in realtà con il proprio cuore. Il suo è un amore assoluto, totale, infinito… quale poesia è più adatta a un matrimonio?

    Tornami a mente il dì che la battaglia

    D’amor sentii la prima volta, e dissi:

    Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!

    Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,

    Io mirava colei ch’a questo core

    Primiera il varco ed innocente aprissi.

    Ahi come mal mi governasti, amore!

    Perché seco dovea sì dolce affetto

    Recar tanto desio, tanto dolore?

    E non sereno, e non intero e schietto,

    Anzi pien di travaglio e di lamento

    Al cor mi discendea tanto diletto?

    Dimmi, tenero core, or che spavento,

    Che angoscia era la tua fra quel pensiero

    Presso al qual t’era noia ogni contento?

    Quel pensier che nel dì, che lusinghiero

    Ti si offeriva nella notte, quando

    Tutto queto parea nell’emisfero:

    Tu inquieto, e felice e miserando,

    M’affaticavi in su le piume il fianco,

    Ad ogni or fortemente palpitando.

    E dove io tristo ed affannato e stanco

    Gli occhi al sonno chiudea, come per febre

    Rotto e deliro il sonno venia manco.

    Oh come viva in mezzo alle tenebre

    Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi

    La contemplavan sotto alle palpebre!

    Oh come soavissimi diffusi

    Moti per l’ossa mi serpeano, oh come

    Mille nell’alma instabili, confusi

    Pensieri si volgean! qual tra le chiome

    D’antica selva zefiro scorrendo,

    Un lungo, incerto mormorar ne prome.

    E mentre io taccio, e mentre io non contendo,

    Che dicevi, o mio cor, che si partia

    Quella per che penando ivi e battendo?

    Il cuocer non più tosto io mi sentia

    Della vampa d’amor, che il venticello

    Che l’aleggiava, volossene via.

    Senza sonno io giacea sul dì novello,

    E i destrier che dovean farmi deserto,

    Battean la zampa sotto al patrio ostello.

    Ed io timido e cheto ed inesperto,

    Ver lo balcone al buio protendea

    L’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,

    La voce ad ascoltar, se ne dovea

    Di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;

    La voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.

    Quante volte plebea voce percosse

    Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,

    E il core in forse a palpitar si mosse!

    E poi che finalmente mi discese

    La cara voce al core, e de’ cavai

    E delle rote il romorio s’intese;

    Orbo rimaso allor, mi rannicchiai

    Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,

    Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

    Poscia traendo i tremuli ginocchi

    Stupidamente per la muta stanza,

    Ch’altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

    Amarissima allor la ricordanza

    Locommisi nel petto, e mi serrava

    Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

    E lunga doglia il sen mi ricercava,

    Com’è quando a distesa Olimpo piove

    Malinconicamente e i campi lava.

    Ned io ti conoscea, garzon di nove

    E nove Soli, in questo a pianger nato

    Quando facevi, amor, le prime prove.

    Quando in ispregio ogni piacer, né grato

    M’era degli astri il riso, o dell’aurora

    Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

    Anche di gloria amor taceami allora

    Nel petto, cui scaldar tanto solea,

    Che di beltade amor vi fea dimora.

    Né gli occhi ai noti studi io rivolgea,

    E quelli m’apparian vani per cui

    Vano ogni altro desir creduto avea.

    Deh come mai da me sì vario fui,

    E tanto amor mi tolse un altro amore?

    Deh quanto, in verità, vani siam nui!

    Solo il mio cor piaceami, e col mio core

    In un perenne ragionar sepolto,

    Alla guardia seder del mio dolore.

    E l’occhio a terra chino o in sé raccolto,

    Di riscontrarsi fuggitivo e vago

    Né in leggiadro soffria né in turpe volto:

    Che la illibata, la candida imago

    Turbare egli temea pinta nel seno,

    Come all’aure si turba onda di lago.

    E quel di non aver goduto appieno

    Pentimento, che l’anima ci grava,

    E il piacer che passò cangia in veleno,

    Per li fuggiti dì mi stimolava

    Tuttora il sen: che la vergogna il duro

    Suo morso in questo cor già non oprava.

    Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro

    Che voglia non m’entrò bassa nel petto,

    Ch’arsi di foco intaminato e puro.

    Vive quel foco ancor, vive l’affetto,

    Spira nel pensier mio la bella imago,

    Da cui, se non celeste, altro diletto

    Giammai non ebbi, e sol di lei m’appago.